Il cuore maschile e l’aborto

vanniluiabortoLui e l’aborto. Viaggio nel cuore maschile” (di Antonello Vanni. Edizioni San Paolo, 2013)

(A cura di Paolo Marcon)

Questa mia recensione vuole essere un invito alla lettura del nuovo libro di Antonello Vanni, “Lui e l’aborto. Viaggio nel cuore maschile”. Con Prefazione di Claudio Risé (Edizioni San Paolo, 2013).
Si tratta di un’opera unica in Italia, che non aggiunge semplicemente “un tema” al dibattito, spesso ideologico, sull’aborto. Va alla radice della sfida lanciata dall’abortismo, dove padre e figlio sono accomunati dal medesimo “rischio di cadere nel nulla”. Paolo Marcon 

In Italia sono circa 5 milioni gli aborti benedetti dalla legge dello Stato n. 194/78, un dolore immenso, un’ombra oscura e sterminata che pesa sulle nostre vite “luminose”, la nostra “progredita” società. Benché non sempre affiorante alla coscienza personale, infatti, sanguinante e profonda è la ferita inflitta alle nostre comunità dalle legislazioni abortiste. Tanto più profonda quanto più fondata sulla rinuncia a “chiamare le cose con il loro nome”, sui “compromessi di comodo” e la “tentazione dell’autoinganno”.

Come pochi altri appassionati difensori della vita umana, nel libro “Lui e l’aborto. Viaggio nel cuore maschile” (San Paolo Ed., 2013, http://www.antonello-vanni.it/) l’educatore e bioeticista Antonello Vanni descrive la realtà dell’aborto con sguardo fermo, nell’orrore della sua tecnicalità, senza cedere a tentazioni edulcoranti o mistificanti.

Ciò che rende nel panorama italiano unica, scandalosa e pionieristica quest’opera è però il focus sulla relazione tra il padre, la vita concepita e quella abortita. È questo il vero tabù del “dibattito” (sic) sull’aborto, spesso indicatore di arrendevolezza negli stessi sostenitori delle ragioni della vita. (altro…)

Il padre dov’era

ricciLe omosessualità nella psicanalisi (di Giancarlo Ricci, Sugarco Edizioni, 2013)

Recensione a cura di Armando Ermini

I concetti cardine intorno ai quali si sviluppa questo lavoro di Giancarlo Ricci, psicanalista di scuola lacaniania, possono essere così sinteticamente definiti:

– L’omosessualità non è una malattia organica da guarire in senso “sanitario, medicalistico, oggettivabile”.  La guarigione, perciò, consiste in un percorso durante il quale il paziente che manifesta un disagio, è chiamato a scoprire il significato e il senso del sintomo. È quindi un concetto aperto, che potrà significare tanto la permanenza nella propria situazione quanto l’uscita da essa.

– Compito dell’analista è accompagnare il paziente in questo percorso di cura di sé, senza forzarlo o indirizzarlo secondo le proprie convinzioni. Il contrario, dunque, di un approccio ideologico che voglia per forza far uscire il soggetto dalla condizione omosessuale o che, all’opposto, si ponga l’obbiettivo di fargliela accettare come un dato naturale. Quest’ultimo è ormai l’approccio prevalente in Occidente, per il quale non esistono differenze fra omosessualità ed eterosessualità, e dunque il disagio sarebbe solo frutto di condizionamenti culturali. Col duplice esito di imprimere lo stigma dell’omofobia a qualsiasi opinione non politically correct sul tema, e di rovesciare i termini del problema. Infatti da curare sarebbe la società omofoba, e non il soggetto che si rivolge liberamente all’analista perché percepisce un disagio. Paradossalmente, e proprio in nome della difesa della diversità, si finisce così col negare ogni potenzialità trasformativa e autotrasformativa nel soggetto.   (altro…)

Lui e l’aborto: che ne è dunque del padre?

vanniluiabortoPubblichiamo la Prefazione di Claudio Risé al libro di Antonello Vanni: “Lui e l’aborto. Viaggio nel cuore maschile“, Edizioni San Paolo, 2013

 Il libro che state per leggere ha un valore storico: infrange per la prima volta il tabù che ha finora oscurato in Italia il rapporto tra i padri e i loro figli abortiti.
Che ne è di questa relazione iniziata con la fecondazione, e poi interrotta con la violenza prima della nascita? Per il bambino possiamo solo pregare. Ma che accade a quel padre, che a volte ha dato il via a quell’azione mortifera; e che per solito, comunque, non ha osato opporsi? Cosa ne è poi di quegli altri padri che hanno cercato di dire no, sfidando una sconfitta già scritta nella legge dello Stato? E andando incontro all’inaudita umiliazione (scritta dalla legge anche quella) del non aver voce ascoltabile, come non l’ha potuta avere il figlio? Cosa ne è infine del rapporto tra la madre e il padre, dopo questo lutto?
Il libro, il primo scritto su questo argomento in Italia, non può naturalmente rispondere esaurientemente a tutte queste impegnative domande. Il tabù posto sulla relazione tra i padri e i figli abortiti, in omaggio al principio stabilito ideologicamente secondo il quale “l’aborto riguarda solo le donne”, ha tra l’altro impedito addirittura la raccolta di gran parte dei dati necessari per rispondervi. È ciò che accade quando appunto si decide sulla base di ideologie, e poi si è obbligati a difendere le scelte adottate scoraggiando o impedendo ogni ricerca che possa produrre risultati contrari all’assunto di partenza. In ogni caso il materiale raccolto dall’autore col suo scavo pionieristico è di grande interesse per stimolare finalmente anche in Italia la partenza di studi e ricerche in questo campo, purtroppo ancora molto frequentato, e dolorosissimo. (altro…)

E’ uscito il nuovo libro di Antonello Vanni: “Lui e l’aborto. Viaggio nel cuore maschile” (Edizioni San Paolo, 2013)

vanniluiabortoCome reagisce un uomo alla notizia della gravidanza della donna? Perché la spinge all’aborto o cerca in tutti i modi di convincerla a tenere il bambino arrivando a gesti estremi per salvarlo? Perché i maschi di oggi tacciono, o devono tacere, non riuscendo a esprimere una posizione forte sull’aborto? L’incapacità di accogliere la vita nascente è connaturata alla figura maschile o è espressione delle tendenze secolarizzate e abortiste del nostro modello culturale? Quale influenza hanno, nel ricorso maschile e femminile all’interruzione di gravidanza, le critiche condizioni economiche in cui viviamo? La non conoscenza della crudeltà delle procedure abortive alimenta il silenzio della coscienza negli uomini? La legge 194 ha un effetto diseducativo sui giovani perpetuando nei maschi il disorientamento verso la vita concepita? L’esperienza dell’aborto ha un impatto traumatico sulla psiche maschile? Se sì, chi e come può rispondere al bisogno di ascolto e comprensione di questi uomini tormentati?

A questi ed altri quesiti risponde, in modo documentato ed approfondito, “Lui e l’aborto. Viaggio nel cuore maschile”, di Antonello Vanni (Edizioni San Paolo, 2013), il primo libro in Italia sull’uomo di fronte all’aborto. Con Prefazione di Claudio Risé.

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Il padre libertà dono (di Claudio Risé, Edizioni Ares, 2013)

padreIl nuovo libro di Claudio Risé

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Educazione siberiana

educazione_siberiana

Un film di Gabriele Salvatores.

Con Arnas Fedaravicius, Vilius Tumalavicius, Eleanor Tomlinson, Jonas Trukanas, Vitalji Porsnev.

Drammatico, durata 110 min. – Italia 2013.

(Recensione a cura di Armando Ermini)

Non ho letto il romanzo da cui è tratto il film e non mi interessa il suo tasso di fedeltà. Non conosco quali fossero gli intenti del regista, ma mi interessa ancor meno. Volente o nolente Salvatores, dopo “Come Dio comanda” (vi si narrava il rapporto padre/figlio), ha girato un altro film politicamente scorrettissimo, in cui mette a confronto due mondi inconciliabili. Il primo, arcaico e patriarcale, retto da precisi codici d’onore maschili che si possono sintetizzare in pochi punti: i più deboli devono essere difesi comunque, il denaro non può essere una ragione di vita, l’onore di un uomo vale più di ogni altra cosa, la droga corrompe, chi sgarra paga, i nemici che mettono in pericolo i vincoli che reggono la comunità, a capo della quale c’è il vecchio Patriarca con la sua indiscussa autorità,  si possono o si devono uccidere. (altro…)

Andare alla ricerca del padre e della propria virilità?

Georges-Simenon-Il-destino-dei-Malou

Spiega come farlo una nostra gentile lettrice nella sua recensione al libro Il destino dei Malou di Georges Simenon (Milano, Adelphi, 2012, 200 pp., Euro 13,50) 

(Recensione a cura della nostra gentile lettrice Monica Blondi)

“Essere uomini significa molto di più che essere onesti”. È forse questo il principale insegnamento che Alain, il diciassettenne protagonista di questo bel romanzo di Simenon pubblicato nel 1947, apprende dal padre, morto suicida in un deprimente pomeriggio invernale di una città di provincia. Eugène Malou, imprenditore edile dal talento visionario, si uccide con un colpo di pistola alla tempia dopo essere uscito dalla casa del conte d’Estier, suo ex socio nonché principale finanziatore, il quale gli aveva appena negato un prestito che lo avrebbe salvato dalla bancarotta. Al funerale Alain osserva la bara di suo padre e cerca di immaginarne il volto ma invano. Forse perché non lo aveva mai conosciuto davvero: “Che uomo era stato? Suo figlio, che gli era vissuto accanto per tanti anni, non ne aveva la minima idea e solo ora, per la prima volta, se ne rendeva conto” (p. 53). 

Dai gusti pacchiani e un po’ sbruffone, Eugène Malou era un individuo eccentrico già nell’aspetto: “Basso e tarchiato, con i lineamenti irregolari, gli occhi sporgenti, la voce roca, era rimasto sempre un individuo fuori dal comune, che la gente si girava a guardare, anche quando, con indosso abiti delle migliori sartorie, scendeva dalla sua limousine” (p. 187). La sua generosità lo spingeva a lasciare mance spropositate e fare regali costosi. Alain prova il “desiderio ardente di conoscere l’uomo che era stato suo padre e del quale, fino a quel momento, non si era mai curato” (p.65). Un’indifferenza, unita a una massiccia dose di egoismo, che sembra accomunare il resto della famiglia Malou: la moglie si era rifiutata di impegnare i gioielli, più interessata a difendere i propri privilegi che a salvare il marito dal fallimento. L’inetto Edgar, il figlio nato dal primo matrimonio, che Eugène derideva apertamente, si era trovato un impiego di tutto riposo sotto la protezione del suocero prefetto. E poi c’era Corine, sensuale e spudorata, che la sera del funerale si intrattiene con il suo amante, un facoltoso medico sposato con figli. Ben presto ognuno di loro se ne va, lasciando la grande casa di famiglia, arredata come un castello medievale, in balia degli ufficiali giudiziari. Alain trova lavoro presso la tipografia dei fratelli Jaminet e un alloggio alla pensione “Les trois pigeons” dove può contare sul calore e l’affetto della signora Poignard. Per la prima volta si sente felice e non mancano i sensi di colpa (“Perdonami, papà…”).
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